Pol Palli, il cambiamento è

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Pol Palli è un vero artista. Uno di quelli coraggiosi che non ha paura di stare controvento. A 38 anni ha lasciato una carriera avviata in azienda e ha cambiato la sua esistenza, scommettendo sul suo talento, compiendo scelte che molti potrebbero definire folli o quantomeno azzardate, ma che molto hanno a che fare con il coraggio di ascoltare se stessi.

Ho conosciuto Pol grazie a un amico fotografo e musicista, Paolo Balboni. A Pol ho acquistato alcune opere, affascinato dalla sua arte-artigianale, a volte inquietante, sempre fonte di riflessioni e di pensieri.

Pol Palli, classe 1977, è un intellettuale cross-over: scultore, ricercatore di suoni, musicista, creatore di figure umanoidi o tentacolari così come di oggetti di design e soluzioni per l’arredamento. Un’arte sempre più apprezzata e sempre più richiesta a mostre collettive e festival internazionali. Pol Palli passa dai materiali duri come l’acciaio e la pietra, ad altri apparentemente più fragili come il legno, il carbone e il policarbonato. Oggetti recuperati nel mondo a cui Pol Palli libera la voce, sia che li plasmi sia che li suoni durante le sue performance immerso in vere e proprie installazioni. Vere e proprie isole Steampunk, da cui l’artista estrae suoni, frequenze accuratamente studiate ed esaltate da effetti elettronici. Sono andato a trovarlo, nel suo laboratorio immerso nella “bassa” emiliana e ho ascoltato cosa ha da dire sul coraggio del cambiamento

Pol, quando è avvenuto il cambiamento che ti ha portato alla tua attuale vita di artista?

Nella mia vita il punto saliente si trova nel momento in cui ho abbandonato l’università e c’è stato il vero cambiamento. Avevo già cominciato a fare i primi lavori artistici, ma a quei tempi era solo un’idea, una passione mai coltivata appieno. Poi, grazie a una ragazza che mi ha stimolato a proseguire nella ricerca e che mi ha fatto entrare in contatto con i diversi materiali, ho cominciato a sperimentare e, parallelamente al lavoro, ho cominciato a dedicarmi sempre di più alla creazione artistica.

Quindi ti trovavi diviso fra un lavoro più tradizionale e il voler essere artista?

Sì.  Da un lato c’erano un lavoro, e una vita, convenzionali, dall’altro c’era il desiderio di dedicarsi sempre di più all’arte. Ogni frammento di tempo libero lo dedicavo a fare ricerca, sperimentazioni sui materiali e sulle forme. Ho rivisitato tecniche che ho mutuato da materiali di un certo tipo trasferendole su materiali non convenzionali, come il policarbonato. È una cosa che ho creato io, prendendola dal vetro e cercando di ottenere determinati effetti e risultati (la screpolatura, la pulizia della forma). Quindi si, bene o male è stato l’abbandono, il fallimento universitario, a generare questa situazione.

Anche il mio percorso scolastico è stata una cosa non convenzionale: ho frequentato un paio di anni all’istituto professionale, a imparare a usare macchine utensili, a saldare, a fare la carpenteria pesante, a manovrare la fresa, il tornio. Dopo quel periodo ho abbandonato le scuole e, come si usava, a quindici anni sono andato a lavorare, come saldatore, in una bottega di biciclette. Lì ho imparato un sacco di cose per il lavoro che faccio ora, soprattutto sul design e l’arredamento. Tutto il percorso che c’è stato prima, con i suoi alti e bassi, gli incroci, ha portato a questo. Non è stato un percorso lineare, le vicende si sono sempre alternate.

E tu, come hai attraversato tutto questo?

Sono sempre stato una persona molesta e ingestibile. Una persona che ha sempre fatto ciò che voleva. E tutt’ora sto cercando la mia strada, sto ancora cercando e sperimentando. La mia vita è un continuo trovare, che però non sempre mi soddisfa. Quindi approfondisco, per trovare il mio ideale. L’ideale però è effimero e dura il momento in cui c’è, poi sparisce. E l’idea non dura un decennio, è come la felicità. Dura solo un momento. È una retta che non ha punti definiti, è la mia condizione umana.

Per te il cambiamento cos’è?

Il cambiamento è in parte assecondare i propri istinti, ovvero cercare di fare quello che vuoi e non quello che si vuole che venga fatto. E poi il cambiamento è una cosa che, per me, è uno stato dell’essere, io sono in continuo cambiamento. E si vede, credo, nelle cose che faccio. Non ho uno stile preciso e fermo. È tutta un’improvvisazione, un momento, è il cambiamento. I momenti che si susseguono, l’adattarsi. Il cambiamento è un continuo adattamento e disadattamento. Il cambiamento è, se si vuole, una reazione al cambiamento.

E’ interessante questo tuo modo di definire il cambiamento.

Ma accanto a ciò io trovo grande inquietudine nel cambiamento, senza la quale non ci sarebbe nulla. È l’inquietudine che plasma e modella. Esternamente il cambiamento lo vedi nella consunzione del tempo, la mattonella che viene calpestata e si leviga, la maniglia che pian piano cambia forma, un tavolo che ha i segni del tempo, una casa, qualsiasi oggetto. Nel tuo animo, invece, il punto transitivo sei tu. Ci si trova nel mezzo, come un’asse su cui ruoti e cambi, e ti inclini. Quasi una situazione planetaria. Le orbite si adattano.

Come ti sentivi quando eri nel mezzo del cambiamento che ti ha portato qui?

Io ho abbandonato un lavoro, ero un uomo in carriera, il lavoro che facevo occupava la gran parte della mia vita. La parte che rimaneva libera era dedicata a cercare. E così è arrivato un esaurimento nervoso, dovuto alla vita da uomo in carriera, cosa per cui evidentemente non ero fatto. Una realtà che crea una condizione di squalo e io non sono uno squalo, perché ci si trova nella situazione di rovinare la vita delle altre persone. Si diventa determinante.

Così ho deciso: alla soglia dei quarant’anni o lo fai o non lo fai più. Ho trovato lo stile, ho trovate le forme: nella ricerca qualcosa ho trovato e ho cominciato a produrre più che potevo. Ho fatto un salto di qualità. Da allora vivo felice e realizzato, perché sto concretizzando un sogno. Sebbene sia sempre in divenire: musica, performance, fotografia, scultura. Sperimento il più possibile.

Il momento più difficile è stato il salto, immagino.

Sei abituato a vivere in un modo e dal giorno dopo finisce tutto. Ti ritrovi ritrovi tutto sulle spalle e devi cominciare a vivere, e a credere, sulle tue idee. E devi improvvisare e trovare i tuoi punti di forza. Ho cercato di lavorare sull’arredamento e il design, con le forme e le materie. Gli oggetti vanno fatti in una determinata maniera, per dargli un’anima.

Dopo la discesa sono risalito e si sono realizzate alcune cose: gallerie, pubblicazioni, ho cominciato a vendere alcune opere, la ragnatela si è allargata, e ora è in espansione. E spero che si espanda sempre di più, ma in modo alternativo e indipendente. Voglio legami solo con me stesso, sulle mie politiche artistiche. Tutto è in divenire ma se propongo questa cosa la propongo in questa forma: l’arte non la si fa per un’esigenza “artistica” ma la devi fare per te, per le tue idee. Il messaggio deve passare per le tue opere e per le tue forme. Il percorso lo definisci tu. Uno studio sulla forma, sulla figura, sull’idea della figura, sulla sua materia. L’idea deve dare punti di riflessione.

Rispetto al passato, la società di oggi è meno ricettiva rispetto all’Arte?

In parte sì, ma c’è un’altra parte di persone che inaspettatamente coglie aspetti che non penseresti. Oggi quasi tutti hanno un ruolo e un’importanza, grazie al virtuale. Tutto ciò che è mediato da un mezzo sta appiattendo il cervello: è il principio di Orwell, che si sta realizzando. Il microchip che dovevano metterci sottopelle l’abbiamo in tasca: lo smartphone è la nostra estensione, è un apparato fisico del nostro intelletto. E questa cosa sta appiattendo le idee, che sono manipolabili. Fare arte diventa più complicato, accanto a ciò puoi prendere però sempre più spazio. Esistono le città, i luoghi. I cervelli, ad esempio, li installo in strada: se passano due persone che colgono qualcosa da quella particolare installazione, il messaggio è passato. Il mio scopo è far riflettere le persone, mettendole davanti ai temi, anche con una scultura. È vero anche che probabilmente nel passato non eravamo così istruiti perché ora abbiamo più punti di riferimento con cui confrontarci. Quindi la situazione è mutata e probabilmente non siamo arretrati: negli anni ‘50 o ‘70 erano più avanti, più recettivi? È forse riduttivo dire che ci siamo appiattiti, forse la situazione è sempre stata piatta ed è relativa al periodo storico in cui si vive.

Cos’è il talento?

Il talento è la cosa che mi fa vivere, il talento è avere tante idee e avere il cervello che va in tante direzioni diverse, che a volte si scontrano e generano altri pensieri. E ascoltare le idee e metterle in pratica.

Come si allena il talento?

Il talento si allena come un muscolo, la fantasia è un muscolo. Più ci lavori sopra più la tua fantasia si espande, più leggi e più il tuo cervello accumula informazioni e parole, più le ripeti e fai rafforzi il tuo talento e la tua capacità. E per metterlo a frutto occorre viverci dentro, ascoltare le idee e metterle in pratica. A livello manuale, costruire il più possibile, che si può declinare nello scrivere, suonare, dipingere, scolpire, studiare. Lo studio è il succo di tutto. Non si finisce mai di imparare, perché ci si affina sempre di più. A un tratto subentra il limite fisico, gli anni, ma se si potesse vivere per sempre si potrebbe studiare per sempre senza arrivare a un punto finale.

L’arte è un modo per vivere per sempre.

Sono un solitario perché sto cercando di crescere, e di darmi un’eternità, con le mie opere. Questa è una delle tracce più durature che un uomo può lasciare. Forse la scultura è la cosa più eterna che un uomo può fare.

Facciamo un salto in un futuro senza più l’umanità. Arrivano gli alieni e trovano una tua opera…

Mi piacerebbe che fossero curiosi da studiarci sopra e ragionarci. Mi piacerebbe che pensassero che sulla Terra viveva una civiltà che non era soltanto distruttiva ma anche creatrice. Gli uomini sono distruttivi ma sono bravi a fare cose che a livello emotivo colpiscono: la musica, la poesia, l’arte, amare, vivere, stare con le persone. Ci sono cose belle accanto a cose “distruttive” e, per certi versi, irreversibili.

Massimo Max Calvi ©2019

Massimo Calvi

Coach ACC – ICF

Massimo Calvi è Coach con credenziali internazionali ACC – ICF e dal 1991 è giornalista (è iscritto all’Ordine nell’elenco dei Giornalisti Professionisti). Particolarmente orientato al mondo business, ha una forte passione anche per le sfide personali e, per questo, svolge volentieri anche sessioni di Life CoachingGroup Coaching e Team Coaching.

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